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«Dialoghi», guardare con speranza al futuro, senza dimenticare l’uomo

Successo per la serata «Digitalizzare la vita. L’esistenza calcolata» che ha aperto il secondo ciclo dal titolo «Naturale e Artificiale nell’esperienza umana». Esperti e testimoni a confronto alla presenza del cardinale Scola. Il dibattito prosegue sui social.

L’introduzione di Ferruccio de Bortoli

«Oggi si producono più transistor che chicchi di riso, forse questo è il dato che illustra meglio il nostro tema. La robotica eliminerà i lavori più ripetitivi. Saremo quindi più felici? – riflette Ferruccio de Bortoli, aprendo la serata -. Non è detto: si calcola che, da qui al 2020, cinque milioni di posti di lavoro verranno distrutti nei 15 maggiori Paesi industriali, ma la nostra fiducia nel progresso è illuministicamente così grande che siamo sicuri che se ne creeranno molti». Se oggi gli algoritmi conoscono i segreti della nostra vita, intuiscono i nostri pensieri, se siamo virtualmente in contatto con tutto il mondo, «sperimentiamo – continua il giornalista – nuove solitudini, perché incapaci di un rapporto vero con il prossimo. Siamo sempre on line, ma chiediamoci se la condizione di chi sta off line è quella della marginalità, dell’esclusione, oppure se tra i cittadini attivi nella rete vi sono molti schiavi o vittime magari di poteri manipolanti.

Mantovani: vertigini digitali

Poi l’aspetto educativo, approfondito da Susanna Mantovani, pedagogista dell’Università Milano-Bicocca: «Le tecnologie digitali modificano le percezioni e la socializzazione dei nostri piccoli. Esiste un nesso indissolubile tra esperienza ed educazione, anche perché i rischi della Rete, la perdita di altri canali e linguaggi, fanno paura più agli adulti, che spesso hanno difficoltà a presentare scelte che generino consapevolezza e, quindi, dignità. Chi è più agile? Chi è l’apprendista e chi lo stregone?», chiede Mantovani in chiaro riferimento al rapporto adulto-bambino. «Noi, nel mondo digitale, avvertiamo una vertigine, perché non sappiamo bene quali ne siano gli effetti. Qui sono in gioco possibilità diverse di essere insieme, ma da soli, o di sviluppare una socializzazione senza sguardi, come fanno i piccolissimi di 18 mesi che si imitano senza guardarsi. Con atteggiamento impegnato, ma non spaventato bisogna educare, affrontando il fenomeno digitale per come è e non per come è presentato. Orientare tra le tante possibili esperienze chiede a noi adulti la responsabilità di essere un modello di autodisciplina e, dunque, di autorevolezza, di perseveranza, di cura e preoccupazione per i ragazzi, con un interesse benevolo tenace. È un lavoro intra-culturale da compiere con loro e dobbiamo trovare il tempo per farlo».